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martedì 27 Settembre 2022
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    In aumento i rifiuti nucleari anche in Puglia e Basilicata

    Aumentano invece di diminuire i rifiuti radioattivi in Puglia e Basilicata. È quanto si evince dall’aggiornamento dell’inventario realizzato dall’ispettorato nazionale per la sicurezza e la radioprotezione (ISIN). In tutta Italia il dato è in “moderato aumento” con un più 700 m³ nel 2020 rispetto al 2019. In alcune regioni, però, c’è un ridimensionamento del problema. In Emilia Romagna, ad esempio, dove il volume di rifiuti radioattivi è diminuito di 435 m³ (da 3.272 a 2.837); in Lombardia e Campania sono scesi rispettivamente di 20 e 63 m³. In Puglia invece si passa da 390 a 535 m³, con un aumento di 145 m³, e in Basilicata da 3.362 m³ a 3.526 m³, più 164 m³.

    I dati giungono pochi giorni dopo la conclusione del seminario nazionale, realizzato dalla Sogin, finalizzato all’individuazione del deposito unico nazionale. Qui verranno concentrati tutti i rifiuti radioattivi italiani attualmente stoccati in siti temporanei. Sono stati individuati 67 siti considerati idonei e dislocati tra Sicilia, Sardegna, Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia e Basilicata. Tra le aree prese in considerazione c’è Altamura, Gravina in Puglia e un’area compresa tra Laterza e Matera.
    Il 15 dicembre verranno pubblicati gli atti conclusivi del seminario, dando il via all’ultima fase della consultazione pubblica. Gli enti coinvolti avranno trenta giorni per inviare ulteriori osservazioni. Dopo quella data, presumibilmente a fine gennaio, verrà realizzata la definitiva Carta Nazionale Aree Idonee (CNAI). Toccherà sempre a Regioni e enti locali, a quel punto, avanzare la propria manifestazione d’interesse. Ad oggi, però, non c’è grande entusiasmo. La realizzazione di un polo Tecnologico, che dovrebbe impiegare 4.000 unità per quattro anni di cantiere, e le compensazioni economiche da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, non sembrano ingolosire nessuno. È molto più forte la sfiducia verso lo Stato e la sua capacità di gestire un tema così delicato. «I nostri sforzi verso un modello di sviluppo improntato sulla tutela dell’ambiente e della salute sono noti a livello internazionale – affermò senza mezzi termini il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, in merito alla presenza della Murgia tra i siti presi in considerazione dalla Sogin -. Non si possono imporre, ancora una volta, scelte che rimandano al passato più buio, quello dell’assenza della partecipazione, dell’umiliazione delle comunità, dell’oblio della storia e delle opportunità».
    Non è diversa la posizione di Vito Bardi, presidente della Regione Basilicata. «Né ora né mai – affermò senza mezzi termini -. È impensabile che possa essere realizzato vicino a Matera o ad altre città del nostro territorio. Abbiamo già dato. Ben venga la consultazione pubblica ma dev’essere chiaro da subito che sul nostro territorio non sorgerà nessun deposito». È ancora fresca nella memoria dei lucani la mobilitazione del 2003, quando l’allora governo Berlusconi tentò di realizzare qui il deposito unico. Resta il problema: in Italia ci sono 31.751,5 m³ di rifiuti nucleari. Fanno parte dell’eredità delle centrali (otto siti), che sono state spente tra il 1988 e il 1990 (dopo il referendum del 1987), ma vengono tutt’oggi prodotti nell’attività sanitaria di diagnostica, di terapia e di ricerca, nonché nell’industria. Alcuni di essi, però, hanno “storie” differenti. Come nel caso dell’Itrec di Rotondella, in provincia di Matera. Qui sono state stoccate, tra il 1968 e il 1970, 84 barre di combustibile, irraggiato uranio-torio, provenienti dal reattore sperimentale Elk River del Minnesota, negli Stati Uniti. È il deposito temporaneo italiano che ospita la quantità maggiore di materiale radioattivo: 3.525 m³ classificati a intensità media, bassa e molto bassa. Nel 2018 la Procura di Potenza ha posto sotto sequestro l’impianto. Secondo l’accusa, le acque contaminate sarebbero state sversate per anni direttamente in mare.
    Un altro caso emblematico è quello di Statte, in provincia di Taranto, dove per decenni sono stati abbandonati in un capannone più di 30 mila fusti, molti dei quali contenenti materiale radioattivo, compresi filtri provenienti dalla centrale di Chernobyl. Solo negli ultimi anni si è proceduto alla loro parziale rimozione: quelli a più alta attività radioattiva sono stati trasferiti nel 2017, per gli altri le procedure sono in corso.

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