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domenica 25 Settembre 2022
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    Il legale della famiglia Messeni Nemagna: «Non mettiamo noi a rischio la stagione»

    «Noi vogliamo la continuità, il recupero, la ricomposizione, la prosecuzione della stagione della Fondazione. Non siamo noi che l’abbiamo messa a rischio» ha dichiarato l’avvocato Ascanio Amenduni, difensore della famiglia Messeni-Nemagna, tornata proprietaria con i suoi eredi del Teatro Petruzzelli, a seguito della sentenza della Corte d’Appello di Bari.

    «Il sindaco Decaro attribuisce alla famiglia un gioco al rialzo, ma non è vero. Noi cerchiamo semplicemente di regolarizzare situazioni che altri, con due espropri dichiarati illegittimi, hanno reso irregolari», continua l’avvocato che aggiunge: «Ci vuole uno ‘sdrammaturgo’ che faccia comprendere agli enti pubblici che si può essere inquilini del teatro, senza interrompere nulla».
    Amenduni ricorda che «il rapporto di locazione è quello che era stato previsto dal protocollo d’intesa del 2002» che, però, è stato ora dichiarato inefficace dai giudici.
    «Ci vuole poi un ortopedico che ricomponga le fratture inferte dagli enti pubblici – continua il legale -. Noi non vogliamo allargare la frattura, la vogliamo saldare. Speriamo che il ministro Franceschini sia bravo come ortopedico e come ‘sdrammaturgo’, ascoltando anche la nostra campana, la stessa che noi facemmo suonare sei anni fa attraverso una lettera inviata proprio a lui, all’epoca ministro come ora, in cui profetizzavano purtroppo tutto quello che è accaduto. Non siamo stati ascoltati perché considerati ex proprietari. Ora che siamo proprietari ci devono ascoltare. Noi non vogliamo rialzare né rompere niente, noi vogliamo ricostruire quel vaso, quel contenitore che era quello che normalizzava, regolarizzava, rendeva legittimo tutto, ricostruzione e gestione», riferendosi al protocollo del 2002, che stabiliva un canone annuo di 500 mila euro per 40 anni che la Fondazione avrebbe dovuto corrispondere ai proprietari per la gestione.
    «Dovrebbe essere oggetto di una pubblica scusa ai cittadini di Bari – conclude Amenduni – il comportamento di chi ha fatto credere che il teatro fosse di proprietà pubblica».

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